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Marty Supreme: quando il graphic design diventa narrazione di un film da Oscar

  • Immagine del redattore: Stefania Montanino
    Stefania Montanino
  • 27 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Sabato sera sono andata a vedere Marty Supreme e ne sono uscita letteralmente travolta.


Un film che ti prende subito e ti accompagna in un’altalena di emozioni, passando con naturalezza dalla leggerezza al dramma.

La storia scorre senza inciampi e, scena dopo scena, lascia emergere con forza il suo protagonista, che resta addosso anche dopo i titoli di coda.

 

Timothée Chalamet, che ha appena vinto il Golden Globe per il miglior attore in un film commedia o musicale ed è candidato all’Oscar proprio grazie a questa interpretazione, offre una prova attoriale sorprendente, intensa e sfaccettata, capace di sostenere un personaggio complesso senza mai risultare sopra le righe.

Ogni gesto, ogni azione è calibrata con precisione, e la sua profonda preparazione lo conduce a una delle interpretazioni più intense della sua carriera.

Per questo ruolo si è allenato per anni a giocare a ping pong, fin dal 2020. Anche il trucco ha avuto un ruolo fondamentale: sul set ha indossato fino a cinque protesi di make-up per rendere le cicatrici e l’acne sul volto, tratti che raccontano il giovane ragazzo del Lower East Side, a New York, alla ricerca del sogno americano.

Un film costruito attorno agli eccessi di un outsider newyorkese che tra ambizione e ossessione raggiunge il suo scopo, non senza scelte difficili che lo rendono quasi odioso, irritante, presuntuoso, irriverente, ma alla fine Marty lo amerete.

Marty Supreme è interessante non solo per ciò che racconta sullo schermo, bensì anche per come sceglie di presentarsi visivamente.

Il film, commedia-drammatica sportiva americana del 2025 diretto da Josh Safdie e scritto insieme a Ronald Bronstein, è liberamente ispirato alla vita del leggendario giocatore di ping-pong Marty Reisman.

Il tema dell’ascesa, dell’identità e della costruzione di un mito personale emerge con chiarezza già dal manifesto ufficiale.


E allora viene spontanea una domanda: può davvero la grafica di una locandina contribuire al successo e all’identità di un film?

Senza dubbio, con la stessa forza evocativa che riconosciamo alla copertina di un libro. Ed è proprio da qui che nasce un manifesto davvero vincente.

Basti pensare a grandi successi senza tempo che hanno costruito anche la propria identità visiva attraverso font creati ad hoc: Star Wars con il celebre Star Jedi, Matrix con il suo font inconfondibile, o Harry Potter con l’Harry P.

Segni grafici che, ancora prima delle immagini, raccontano una storia.

Ne parleremo meglio nei prossimi post dedicati, ma intanto vale la pena osservare il poster di Marty Supreme con l’occhio del graphic design.


È un esempio chiarissimo di come un elemento visivo possa trasformarsi in vero e proprio dispositivo narrativo.

La composizione è essenziale: pochi segni, un forte contrasto cromatico e un titolo che occupa quasi tutto lo spazio, imponendosi allo sguardo e al racconto. 

“MARTY SUPREME” non accompagna l’immagine del protagonista, ma la sovrasta. Il personaggio appare piccolo, quasi inglobato nelle lettere, come se fosse fisicamente schiacciato dal peso del proprio nome.

La scelta tipografica è tutt’altro che casuale. Il titolo utilizza una versione allungata e modificata di Gill Kayo Condensed, mentre le informazioni secondarie e le intestazioni sono composte in Neue Helvetica Condensed, anche nello stile Heavy. Questa combinazione crea una gerarchia chiara: massima espressività per il titolo, controllo e leggibilità per il resto.



L’uso di Neue Helvetica Condensed per le informazioni secondarie bilancia questa forza espressiva, riportando ordine e razionalità. Il risultato è un manifesto essenziale ma potentissimo, che richiama la tradizione dei grandi poster sportivi e cinematografici americani del Novecento, dove la tipografia era spesso il vero elemento protagonista.


Del resto, a guardarlo bene, questo manifesto presenta evidenti analogie cromatiche e dimensionali del font con quello di Rocky.



Spicca soprattutto la scelta del contrasto netto tra bianco e nero, due colori opposti e dominanti, centrali tanto nel film di Stallone quanto in Marty Supreme. L’analogia sul viaggio dell’eroe è simile a quella di Marty Supreme e se ben guardate anche la Graphic design di Rocky ha usato per i crediti (attori, regista ecc.) un font stretto e allungato.



Torniamo però a Marthy, il Gill Kayo Condensed è un carattere disegnato da Eric Gill, lo stesso autore di Gill Sans. Originariamente chiamato “Sans Double Elefans”, venne poi pubblicato con il nome Kayo, abbreviazione di “KO” (knockout), termine mutuato dal pugilato.

È un font nato per colpire: ultrabold, condensato, fisicamente presente. Non sorprende che sia storicamente associato alla grafica sportiva, dove forza, competizione e impatto visivo sono elementi centrali.

Parlando di Eric Gill voglio segnalarvi anche questo bellissimo libro che non può mancare nella vostra libreria “Eric Gill Saggio sulla Tipografia” (Ronzani editore).


 

Nel manifesto di Marty Supreme, il font Kayo diventa letteralmente struttura: lettere alte, strette, compatte, quasi oppressive. Per la parola Marty è stata persino realizzata una customizzazione, allungando i caratteri per rendere il nome dominante sull’intera composizione. Ed è qui che la grafica fa la differenza: le parole non sono neutre né decorative, ma narrative. Il nome del protagonista si trasforma in un’architettura che lo contiene e allo stesso tempo lo definisce, suggerendo visivamente il conflitto tra l’uomo e il personaggio pubblico che sta cercando di diventare.


Questo aspetto emerge ancora di più osservando come, nella grafica di Marty Supreme, la figura di Timothée Chalamet compaia in miniatura, a colori ma volutamente poco appariscenti.

Una scelta che sembra raccontare visivamente il percorso di un uomo piccolo, quasi invisibile, che attraverso il suo big dream ambisce a diventare una figura di statura assoluta a livello mondiale, grazie al tennistavolo.


L’uso di Neue Helvetica Condensed a supporto riequilibra la composizione, introducendo un linguaggio più razionale e moderno, tipico della comunicazione editoriale e informativa. Questo contrasto rafforza ulteriormente il ruolo del titolo, che rimane l’elemento emotivo e simbolico del poster.

Per chi si occupa di graphic design, Marty Supreme è un caso studio interessante: dimostra come una scelta tipografica consapevole, radicata in un preciso contesto storico e culturale, possa raccontare un film prima ancora che lo spettatore entri in sala.

Qui la tipografia non è un dettaglio estetico, ma il fulcro dell’identità visiva, il manifesto non descrive la storia: la anticipa, la sintetizza e la amplifica.

Ed è proprio in questo dialogo tra cinema e progetto grafico che Marty Supreme trova una delle sue espressioni più riuscite.

Ecco perché la grafica e realizzare un bel movie-poster può persino aiutare un film hollywoodiano e un attore che probabilmente vincerà l’oscar (meritatamente).


Timothée Chalamet


Un attore che mi ha conquistata in silenzio, fin da Interstellar di Christopher Nolan.

C’è in lui una voce sospesa, un’americanità attraversata da un’eleganza francese appena accennata, che emoziona senza bisogno di effetti.

Una presenza che tocca corde intime, come l’eco di un legame profondo, istintivo, mai dichiarato.

Timothée Chalamet, semplicemente, mi è entrato nel cuore.

E un in bocca al lupo per l'Oscar 2026!

Marty Supreme. Dream Big...

Mi chiamo Stefania e mi occupo di grafica editoriale, di creazione di contenuti e sono grata a chi ha letto io mio post dedicato a #graphic_design e #cinema .❤️🙏


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